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Udite, udite, o popolo della via, la storia d’un uomo di nobili intenti, ma d’ingenua tempra! Era l’alba e il sole ancora indugiava oltre l’orizzonte, quando il nostro eroe giunse al crocevia di Via Genova. Il semaforo, quel dispotico artefatto dei tempi moderni, si mostrava rosso come il vessillo di un regno in guerra.
Egli, ligio alle sacre tavole del Codice Stradale, attese. Oh, stolto cavaliere! Attese il verde, segnale divino che gli concedeva il passo. E quando l’ora fu giunta, con fiero animo e piede saldo sull’acceleratore, partì.
Ma ecco! Dall’orizzonte, come furiosi destrieri lanciati in carica, sopraggiunsero gli Audaci del Rosso! Guerrieri del traffico, sovrani della precedenza arbitraria! Con alte grida e possenti imprecazioni, lo maledirono, poiché egli, con la sua cieca osservanza delle leggi, osò frapporsi sul loro glorioso cammino.
Rendendosi conto della sua empia colpa – ovvero il rispettare le regole – il nostro eroe si batte il petto e leva ora il suo canto di pentimento:
“Perdonatemi, o Cavalieri dell’Incoscienza! Io, stolto, che seguii la via del semaforo, ostacolai la vostra impavida corsa! Sia questa mia confessione monito ai posteri: non sempre il giusto ha il diritto d’esistere sulla via!”
E così si chiude la ballata del Cavalier del Semaforo, che osò sfidare l’inevitabile e scoprì che nel regno dell’asfalto, la legge non è scritta nei codici, ma nel clacson e nell’ira del più veloce.